JOURNAL

Traffic visto dal fotografo Andrea Piccione

luglio 21, 2010 14.55 by sixeleven

 

lavoro fotogarfico di Andrea Piccione intitolato Traffic 2010: TAGLI


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Terza Sera a Venaria. Africa e derivati...

luglio 18, 2010 18.06 by Alioscia

 

L'intenzione dell'organizzazione artistica del Traffic, come mi ha ribadito più volte Max a Venaria in qusti giorni, è quella di riuscire a far calare il fruitore della manifestazione in quello che è il mondo a cui è legato all'artista che si esibirà sul palco, introducendo e anticipando lo spettacolo da manifestazioni o happening cine-museali. Così è stato per la retrospettiva sulla Gainsbourg e così per la rassegna di film Africani di nuova produzione. Io la rassegna me la sono persa, però per essere in linea con le indicazioni "sensoramiche" dettatemi ieri pomeriggio, me ne sono andato a rivedere il Museo Egizio.  Per nulla pretestuosa la messa in relazione della mia visita con i cromosomi dell'ultima delle tre serate a Venaria. C'è da dire che un'associazione del genere l'avrebbe fatta anche mia figlia Nena di dieci anni. Io ero un po' troppo piccolo per andare da Milano al Cosmic a Lazzise sul Garda o a Brescia al Typhoon ma un'estate sono riuscito ad andare alla Mecca a Rimini. Ero stato promosso con "ottimo" all'esame di terza media e mi sono guadagnato la mia prima vacanza in solitaria. Mi ricordo che ero l'unico con i capelli rasati e il ciuffo in una marea di capelloni (che ho scoperto a Torino venivano chiamati Gamma), lì ho sentito suonare l'Ebreo e sono andato giù di testa quando mise nella sua selezione super afro "Canton" dei Japan. A quei tempi frequentavo una discoteca di periferia a Milano, esattamente a Bresso che si chiamava Ariston. Il trend sonoro era quello dettato dai vari Baldelli, TBC, Loda etc. Gli adesivi del locale, che venivano insieme agli altri di discoteche molto più prestigiose appiccicati su motorini Ciao, Vespe, Renault R4, Diane, 2CV e Citroen Ds Squalo, raffiguravano una sfinge. Ecco che la relazione con l'immaginario della serata e il contenuto museale è fatta, da bravo fruitore conscio del festival e della città di Torino. Dimenticavo, anche il nome della band di Kuty che in linea con la mia visita al museo si chiamano Fela's Egypt 80.

Arriviamo un pelo più tardi a Venaria, in taxi, paghiamo circa diciotto euro, ed entriamo dalla piazza di fronte alla Reggia. Abbiamo fame e ci facciamo due porzioni di fritti marchigiani e una bottiglia di Pecorino giusto per rimanere in zona di DOCG. Mixo annuncia Daniele Baldelli, un'altro che ha uno sgabello nel mio olimpo, un'altro che mi ha trasmesso l'attitudine a non aver paura di mischiare generi musicali che apparentemente appaiono inconciliabili. Un genio che solo ora - fuori tempo massimo - viene compreso da chi crede di essere destinato a scrivere la cronaca della storia della musica italiana. L'ho conosciuto sette, otto anni fa;  è un tipo veramente strano, assomiglia a Paolo Rossi il comico, non il calciatore. Viaggia con il suo furgone pieno di dischi e con tanto di Bandiera del Cosmic. Non vuole l'albergo, parte subito dopo aver suonato; se ha sonno si ferma e dorme in autostrada e anche se lo chiamano ora a suonare in Scandinavia o in Giappone - luoghi in cui è considerato un pioniere - lui chiede di andare in treno. Odia volare e preferisce dormire di giorno e star sveglio la notte, approfittando della quiete per fare le sue cose ed andare in banca o in posta giusto prima di addormentarsi a metà mattinata. La selezione spacca, davanti al palco ci sono già alcune centinaia di persone. Mi sento un pochino ridicolo: sono tre giorni che sono qui e la gente mi ha sentito dire già cento volte: "nooo, questo mi ha cambiato la vita!!!". Ora sta suonando "Bim Sala Bim", un pezzo funk del '75 inciso da una band fantasma chiamata The Fantastic Soul Invention. Nella lounge area, incrocio quel "komehinista musicale" di  Alberto Campo, ci guardiamo felici come se la nostra squadra del cuore avesse vinto una partita importante (non potrà mai essere, lui è della Juve) e mi dice: "Hai sentito cosa ha messo prima?  Liasons Dangereuses!", io gli rispondo: sì " Los Ninos Del Parque" un pezzo che rimanda all'asilo metà della generazione Klaxons. Salgo sul palco perché voglio salutare Baldelli. Gli urlo, lui si gira mi guarda e gli viene un'espressione che sembra recitare: " questo l'ho già visto, ma che cazzo ci fa qui?". Scendo, conto ti beccarlo dopo, ma al solito è già partito e mi dicono che non riesce a trovare la tangenziale… Daniele Baldelli sei un grande, ti ringrazio a nome di tutti gli appassionati. Sei stato e sei ancora imprevedibile, oltre la moda, la tendenza, che tipo!

Sale sul palco Fela… Ops!!! Ho sbagliato, il figlio di Fela, Seun Kuty che è la copia del padre. O meglio, copia il padre. Diamogli due minuti di assestamento e il treno parte. Questi ti rapiscono, ti drogano con tre accordi suonati dritti per novanta minuti, tempi e contro tempi che seguono il disegno dettato dal woodblock. Poi mettici un basso epico, walkie di chitarra, una sezione di fiati e due coriste ballerine che vibrano e si muovono ondeggiando sensuali come solo le africane sanno fare. Lui è bravissimo effettivamente sembra proprio il padre in versione pacchetto da dieci. Meno carisma ma un pelo più di sorriso. Nella mia vita ho avuto la fortuna di suonare a Milano con Casino Royale prima di Fela Kuti nell'88 e l'ho visto veramente da vicino. Basta, ci tenevo a dirlo. Dopo la tranvata della serata di Tiga, parecchi della produzione stasera si sentono musicalmente più a loro agio, sarà anche che è l'ultima sera. Nel retro palco incontro Maurizietto aka Next One, uno che a diciotto anni è andato a prendersi il suo sogno a New York entrando a far parte della Rock Steady Crew, una delle formazioni più rappresentative dell' Hip Hop Old School. Leggenda narra che abbia formulato questa frase rivolgendosi a non so chi: " Se hai avuto a che fare qualcosa con l'Hip Hop e sei nato nel raggio di duemila chilometri da qui, ricordati che mi devi qualcosa". Non figura in cartellone la sua intro al set di Africa Bambaata ma uno che ha avuto il coraggio e la caparbietà di andare a New York ed imporsi nella scena originale non lo spesi facilmente.
Dopo dieci minuti di musica di Next, come promesso da Casacci, la sera del concerto della Gainsbourg, gli Squatters hanno spazio per il loro intervento di denuncia. Non ho seguito…chiedo venia!
Tocca a Bambaataa che ha con se un suo MC ma Next, che pensate che scenda? Prende un microfono comincia ad aizzare la folla, mezzo inciampa e per mettere le cose apposto fa subito un salto mortale all'indietro. Balla e chiama sul palco i B Boys. Torino ha una tradizione di strada e di cultura Old School che non ha pari in Italia. Questi li trovi ancora negli angoli vicino al Regio a girare sulla testa, mica nelle palestre dove insegnano danza Hip Hop alla Maria de Filippi.

In meno di cinque minuti ne arriva uno, due, tre, quindici, cinquanta. I ragazzi scavalcano le transenne e salgono sul palco. La sicurezza non capisce come cazzo deve comportarsi in questo fuori programma, ma l'energia è palesemente positiva e contagiosa, non puoi fermarli. Se il Traffic è un regalo per Torino: che festa sia! E' il loro momento di gloria strameritata e vanno a prenderselo, increduli di essere lì sopra con migliaia di persone sotto il palco con le mani in alto, inquadrati, ripresi e trasmessi sui mega schermi ai lati del palco. Tocca a loro, il cerchio è l'intero palco, Bambaataa è il loro mito vivente e loro hanno il diritto di girare sulla testa su quel cazzo di palco. Solitamente i deejay set portati sul main stage di un festival sono sempre a rischio, ma questa nuvola di B Boys (con anche qualche Fly Girl) fa in modo che la serata esploda e diventi memorabile.Il bisogno di quella cosa, l'urgenza di farla, averla e viverla fa la differenza tra lo show business e una vera festa popolare. Gran finale con Kuty che sale e abbraccia Bambaataa e anche Next One. Chi era lì sotto al palco che aspettava di sclerare per il casino ingestibile che Maurizietto aveva creato, è stato costretto dai fatti a mettersela via e a cominciare a smontare tutto. E' stato uno scambio casuale e spontaneo tra il Traffic e la Zulu Nation che a programmarlo non sarebbe mai venuto così.

Andiamo verso la navetta per tornare in centro. Le prove nella vita sono sempre più difficili, se no non servirebbero a nulla e al posto del comodo pulman troviamo dei bus di linea in cui stai in piedi e che fanno tutte le fermate passando dalle Vallette fino ad arrivare in Piazza Vittorio. Qualcuno mi ferma e mi dice che ha letto il blog, gli piace e il mio ego saltella. Penso che era da un tot che non mi sparavo quattro giorni di musica sulla linea del fronte. Faccio le cinque ai Muri e torno nella mia stanza del Toro.
Tornato a Milano mi metto a scrivere, pronto a tornare a lavorare domani a DeeJay Tv e a calarmi a fine mese nella bolla produttiva del nuovo disco di Casino Royale. Il Traffic visto da dentro è stata un'esperienza nuova, divertente, piacevole spesso commovente. Ringrazio chi mi ha invitato chi mi ha accudito e tutti quelli che senza pensarci due volte hanno cominciato a chiamarmi Alì. Speriamo di Tornarci al Traffic, magari a suonare!!!

   


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La seconda sera a Venaria...

luglio 17, 2010 11.37 by Alioscia

Se lavori al Traffic a Venaria in questi giorni, fino a quando non tramonta il sole, sembra tu sia rinchiuso in una sorta di Guantanamo. Il sole picchia, il caldo ti lecca, i container che ospitano gli uffici di produzione sono territorio da difendere, per avere un'alito d'aria condizionata… Arrivo poco prima delle diciotto, in cinque in macchina con uno scatolone enorme che contiene non so cosa che mi schiaccia sul sedile e mi impedisce di vedere dove andiamo, fortunatamente so che ci vogliono venti minuti per arrivare al Traffic dalla zona di porta Susa, dove sono in hotel. In "area" troviamo tutti al loro posto. Glenda mi saluta e mi dice quasi a giustificarsi che il primo giorno, quello di ieri, è sempre il più incasinato. Ora gli automatismi produttivi son chiari a tutti. Fabrizio Gargarone, mi sgrida amichevolmente perché non aveva visto nel primo pomeriggio il blog pubblicato. Al seguito oggi mi porto Martina, la mia fidanzata e due ragazzi inglesi di circa ventanni, uno è il figlio di Terry Hall  cantanti degli Specials, che salutandomi la sera prima mi aveva detto: "take care of may son…". Ci mancherebbe, se non altro sta cosa rientra in una sorta di debito karmico che credo di avere con lui.

Mi faccio il solito giro sul palco, oggi il programma è comunque fondamentalmente dance, ma non mancano però ampli, chitarre, batteria, basso e tastiere. Suonano i Klaxons a spezzare il dominio della line up da parte della Planet Turbo l'etichetta di Tiga. Noto subito una tastiera allucinante, una Suzuki. L'avevo usata per intrattenere mia figlia quando nel nostro primo viaggio Londra insieme, l'anno scorso, si era ammalata ed eravamo rimasti priogionieri, soli, in casa di Howie B per tre giorni. E' un'oggetto strano, una mezza chitarra da PlayStation ibrida ad una tastiere dal design mediorientaleggiante.

Sul palco c'è al lavoro il backliner dei Klaxon e nel suo flight case per le chitarre noto subito la foto di Strummer (eccoci che ci risiamo…), lui mi indica ache quella di Jonny Cash, chiedo se posso fare uno scatto e lui sereno mi dice di stare tranquillo: "we got no secrets here". Sembra un'hippie alto circa due metri, pieno di tatuaggi la cui definizione è logorata dal tempo, ha metà del petto completamente tatuata a scacchi bianchi e neri.

Gli unici che zampettano come grilli, malgrado il caldo, nella zona camerini sono propio i Klaxons. Gli ho incontrati in giro a Milano qualche volta e ho lavorato per loro durante il festival Elita, in occasine di un loro deejay set al Plastic. Gruppo giovane, per i giovani, pantaloni stretti con mezzo culo di fuori, faccia da bambini, alcuni bellini altri meno.  Ci salutano, si presentano, forse attirati dal profumo di Mazar el Sharif che arriva dal nostro mini cerchio di sedie all'ombra. Uno è mezzo italiano, Antony il chitarrista, e ci racconta che sua nonna paterna siciliana voleva farlo chiamare Nunzio e sua madre gli disse di andare a "fuck off !!!". Non riescono a stare fermi, dopo tre minuti hanno organizzato, coinvolgendo le ragazze dell'ufficio di produzionedi DNA Concerti, una partita ad un gioco assurdo, una sorta di Crocket, Cricket, Birilli, lancio di pezzi di legno contro pile di altri pezzi di legno fatti a forma di corona… Dietro di loro la Reggia di Venaria, sembra uno scorcio di Maria Antonietta di Sofia Coppola, ci fermiamo li a guardarli ma nulla capiamo delle regole del gioco che stanno seguendo, sara anche il Mazar el Sharif…

 

Andiamo a cercare del cibo e a far visita agli stand marchiati SLOW FOOD. Che stile! Immagina di essere assalito da una voglia improvvisa di cibo buono durante una delle serate del festival e di poter evitare la solita salamella della disperazione. Focaccia di Recco, Piadina vera Romagnola, Olive all'Ascolana quasi afrodisiache. E vino bianco e rosso di prima qualità, per finire gelato artigianale con gli ingredienti che arrivano dai vari presidi. Attacchiamo bottone con lo stand dei vini, lui è di Cremona ma vive a Bra, salta fuori la storia di Casino Royale e un giro lo paghiamo e uno lo offre lui. Anche noi abbiamo qualcosa che arriva da un "presidio particolare" e facciamo una sorta di scambio di assaggi. Incontriamo Max Casacci che da impeccabile padrone di casa racconta agli ospiti inglesi delle due mostre che ci sono alla Reggia: una sulla figura di Cristo nell'arte e l'altra un'esposizione di "Lanterne Magiche", molte delle quali proiettano immagini erotiche, il cinema prima del cinema, wow!!! Oggi voglio andarci di fisso.

 

L'impianto comincia a pompare, basse frequenze pulsazioni in quattro quarti, gironzoliamo appoggiandoci di qua e di la fino a quando non tocca ai Klaxoson. Saliamo sulla tribuna difronte al palco, alla nostra mini cricca si è aggiunto Oliver, uno dei ragazzi con cui lavoro, un vero junky di musica. A lui piacciono, alla mia fidanzata no, a me non danno fastidio, li trovo piacevoli, suonano bene compatti, un bell'impasto vocale. La luce dei motorizzati dal palco investe la gente, le teste oscillano e l'effetto dall'alto è simile a quello di un banco di sardine illuminato durante una ripresa subacquea notturna. Decidiamo che Tiga è troppo e non volendo sperimentare null'altro di psicotropo, decidiamo di andare verso i Murazzi dove dall'una in poi continua la notte del Traffic. Un pick up per quattro è veramente difficile da trovare a questora, tutti lavorano e gli artisti hanno la precedenza assoluta. Quindi ci adeguiamo e ci incamminiamo risalendo la corrente attraverso le sardine folgorate dal suono di Tiga e dalla luce del palco e andiamo verso il bus navetta che ci scarica a piazza Vittorio. Ottimo, mezzora di sonno, prima di scendere ai Murazzi. I due inglesini non ci credono, un casino del genere non c'è nemmeno a Brick Lane. Son troppo fuso per spiegargli in inglese ed in modo conciso l'epopea dei Murazzi, ma in passato non li avrei mai mollati qui con il naso all'insù. Da Giancarlo Tati ci da un'ospitalità full optional, come da programma qui si suona hip hop e ci sentiamo tutti più a casa. Io sono spezzato e loro si sono svegliati, non rifiutano la centesima birra, mentre vado a prendere il taxi gli indico il Puddhu Bar gli dico di farsi un giro volessero perdersi in un contesto elettronico fresco e inedito. L'appuntamento è per oggi, un giro in centro, poi ancora a Venaria per le Lanterne Magiche, le Olive all' Ascolana e Seun Kuty con tanto di Fela's Egypt 80, il buon Daniele Baldelli e l'Ebreo ( Mazar el Sharif qui è perfetto!!!) e Africa Bambaataa per ribadire che Torino è hip hop, veramente hip hop.

 

 

   


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IERI SERA FESTA POPOLARE e scusate il ritardo!!!

luglio 16, 2010 16.32 by Alioscia

Premetto, son dovuto tornare a Milano stamattina alle 8 per lavoro, che palle!

E sto rientrando a Torino con un'inter-regionale, quindi il ritardo nella pubblicazione del blog di oggi è giustificato, da me.

Quella di ieri era la serata più attesa, dal sottoscritto. Pranzo in centro alla Taberna Libraria, il mio amico Andrea che scrive per TuttoSport e segue il Toro mi fa fare un giro all'accademia dei lettori un posto carino in un bel palazzo d'epoca.

Torino è bella, punto. Avrà anche le periferie incasinate, ma quale vera metropoli non le ha? Il centro è vivo e in giro c'è gente e non solo che lavora, come Milano che si ritrova quattro turisti che sembra si domandino: "ma che cazzo ci sono venuto a fare qui?".



Tergiverso, non vedo l'ora di andare a Venaria; torno in hotel, mi riempio una mini borsa con una Fred Perry pulita, una canotta ed il libro di Horace Painter il bassista degli Specials "Ska'd for Life". Mi passa a prendere Albino e circa mezzora dopo arrivo a Venaria. Mi butto sul palco dove trovo Vittorio Della Casa a fare lo stage manager. Sorrisi, abbracci, strette di mano, non c'è bisogno di parlare, vedono il mio sguardo da bambino in un giorno di festa. Mi fiondo in giro per il palco a fotografare con l'I-Phone tutto il back line, quello di Weller con delle chitarre pazzesche coperte dalla Union Jack e quello degli Specials: tastiere, la batteria di Bradbury, chitarre e lì proprio sopra l'ampli di Lynval Goldin un asciugamanino di spugna a scacchi con due armoniche che userà per fare il mitico tema dell'intro di “A Message to you Rudy”, è una delle poche cose che so suonare anche io, ahahahah!!!

Attacco bottone con il production manager, un Canadese di 32 anni che monta smonta coordina e a momenti porta pure la croce. Mi racconta velocemente che anche lui è un fan, suonava il basso. Vittorio gli racconta dell'epopea pionieristica ska dei Casino, io mi imbarazzo cercando di spiegargli che siamo andati oltre e lui comincia a raccontarmi della band. E' un libro aperto e qui comincia la storia vera. Il più giovane è Terry Hall che ha 54 anni; ci sono due dei suoi figli con lui anche perché il terzo non viaggia, ha sei mesi!

Mi spiega che solo da qualche membro della band potrò avere risposte sensate, in modo affettuoso li descrive come una ciurma di ex punk, abbastanza usurati dal tempo e dalla vita, ma mi garantisce che quando attaccano a suonare devastano tutto.



Nel mentre comincio a telefonare agli amici in avvicinamento, da Venturina arriva il mio fratellino Rata percussionista dei Casino, mi smessaggia maledicendosi Checco di Modena, che è a Manila e non può esserci. Altri da Milano, da Lucca, da Genova.

Sul palco stanno facendo il check gli Statuto, saluto Oscar. Sono veramente rimasti "original" un'istantanea fine anni sessanta, che ho conosciuto alla fine degli anni ottanta a Torino, che ho rivisto negli anni novanta e che ritrovo ora. E' giusto che suonino in questa serata, gli spetta di diritto ma a loro rischio e pericolo.

Tutta la sicurezza ha una maglia granata, si aprono le porte e la gente corre verso le transenne, come ai concerti veri. Il sole scende, gli Statuto sono pronti a salire sul palco e nel mentre è arrivato anche Weller con la sua gang, eleganti attillati, basettati, con i pantaloni appena “zampati”. Si chiude in camerino e il concerto comincia.

Glenda mi chiama tre volte per dirmi che sono arrivati, corro letteralmente in camerino e rimango flashato, il primo che vedo è Rody Rodiaton e sembra uno della nave fantasma dei i Pirati dei Caraibi, lo dico con rispetto. Parlo con Bradbury il batterista bello fisicato, gli dico che lui sembra il Sean Connery della situazione e lui mi risponde che Connery è più vecchio di lui. Incontro il bassista Horace Painter, l'autore del libro che mi fa una dedica. In un capitolo raccontava che nel 93 lui ed il chitarrista avevano fatto per la Trojan Record un disco di cover di Desmond Deker che era stato pubblicato a nome di Desmond Deker & the Specials, tutti gli altri si erano incazzati ma lui viveva da due anni con le entrate economiche pari a quelle di uno studente con una famiglia a carico e quel disco significava denaro. L'aspetto umano della faccenda di questo incontro, è ciò che mi ha più toccato: vedere per l'ennesima volta degli Dei del mio Olimpo camminare in salita, incasinati come lo siamo tutti, tra relazioni umane, battaglie di ego all'interno del gruppo, gestione familiare e bollette da pagare. Credo che in Inghilterra alla gente così, la MCPS e la PRS (la SIAE locale) dovrebbe riconoscere una sorta di vitalizio, diciamo 3.000 sterline al mese, esentasse chiaramente!

Weller sale sul palco e devasta. Stile, classe, potenza e una sequenza di pezzi che comprendono anche brani dei Jam e degli Style Council. Rock Psichedelico, Power Soul, Punk, Rhythm & Blues e ballate alla “You do something to me”. Di gente così, capace di rigenerarsi artisticamente ne nasce veramente poca. Paul Weller è uno che comanda ancora oggi, non si discute.

Mi chiedo mezzo preoccupato: “Ma i miei eroi incasinati ricomparsi da non so dove dopo trent'anni, come cazzo faranno adesso a portarla a casa dopo il cazzotto in faccia che è stato il live di Weller?

Si preparano sotto il palco, Weller scende e io per non essere troppo di parte gli urlo che è stato grande! Pronti a salire. Mi metto in mezzo manco lavorassi e salgo con loro. L'intro è “54-46 Was May Number” di Toots & the Maitals, finisce ed entrano incredibilmente correndo sul parco. Cominciano con “Do The Dog” e si scatena un'uragano, più che per Weller!!! Sguardi incazzati, risate, sorrisi, gestacci; una tempesta emotiva anche la loro. Il buon Terry non canta Concrete Jungle perchè viene a sboccare nel retropalco. Tutto sembra poter finire a puttane in un'istante o durare sino a domani. Finiscono una scaletta tiratissima e il manager avverte Vittorio che il bis salta. Sembrano tesi, come se stessero per litigare, scendono dal palco e mentre Mixo saluta e ringrazia, loro tornano per suonare ancora con il sorriso stampato in faccia. Io fomento ma Vittorio mi dice: “Alì dai non ti ci mettere anche tu!”.

Il resto è un delirio emozionale misto sorpresa: si parla con loro, tutti si guardano increduli, sorpresi di ritrovare dei vecchi parenti scomparsi da anni e ricomparsi oggi, che hanno fatto capire a tutti i preseti che abbiamo fatto parte della stessa banda, anche se manco ci si conosceva di vista. Una vera “festa popolare” oltre le tendenze, un senso diffuso di appartenenza e di riuscita sopravvivenza di un' identità culturale.

Alla fine ho regalato a Linval Golding i miei Persol neri modello 009. Erano gli occhiali che portava Totò e chi me li regala dice che glieli chiedo solo io. Secondo me anche a Linval stanno da Dio, voi che dite?

  


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Traffic prima serata: dopo la pioggia.

luglio 15, 2010 10.50 by Alioscia

I Nebbia partono a suonare in orario, sono solidi e credibili, quella tipologia di rock scuro, metropolitano e viscerale che mi riporta alla scena alternativa italiana della seconda metà degli 80. Il nome della band mi fa sorridere perchè coincide con le condizioni atmosferiche che ho trovato al mio arrivo a Torino. Ieri sera pioveva, il clima era equatoriale e vi assicuro che non è per nulla facile andare  dritti come dei treni e sembrare decisi suonando in una piazza del genere, su un palco non piccolo, sotto la pioggia, all'orario dell'aperitivo con la gente che tenta di ripararsi dando un'occhio da lontano. Anche io ho fatto lo stesso, ma un'orecchio seguiva il flusso del loro suono. Smette di piovere e nella micro area ospitality aprono il frigorifero della Ceres, la gente coinvolta nel festival, che sino ad allora era abbastanza preoccupata, sembra rasserenarsi.

Dai camerini container escono faccie da artista, sono quelli della band della Gainsbourg, fanno un line check veloce. Lei è in compagnia di due bambine, le segue le accompagna al bus, con un bicchiere di vino rosso in mano, il classico sciogli tensione da pre concerto. Sembra paziente, attenta e per nulla alcolizzata, sia chiaro. Max Casacci, aspetta che arrivino degli Squatters di Torino che gli hanno chiesto di poter fare un comunicato dal palco perchè ieri è successo qualche casino. Al telefono gli chiede: "ci siete? State arrivando? Perchè qui comincia…" mi guarda e mi dice: "sono sempre andato nei loro posti, ci ho messo i dischi, non posso dirgli di no…", annuisco e penso tra me e me: "a chi lo dici, basta che arrivino".

La band si da un cinque alto e sale sul palco; batteria, basso, chitarra, tastiere, tutti strumenti vintage ed un monte di carabbattole tipo glockenspiel, melodica, shakers. Tutti un pelo nerd, con quel pizzico di eleganza che potrebbe farli sembrare un gruppo gay in cui lei è la silenziosa capobanda, sostenuta vocalmente dalla chitarrista alta e bionda con scarpe rosse tacco dieci o dodici e pantaloni in pelle nera. Lo ammetto, ero partito prevenuto, ma poi mi son lasciato tirare in mezzo. il progetto è sicuramente cool, lei un mostrino affascinante con il suo outfit da mamma rocker da passerella parigina. Se fosse stata mia o vostra cugina non se la cagherebbe nessuno, ma lei è lei, con tanto di pedigree ed il suo disco l'ha prodotto tale Beck che per fulminato che sia ora con Scientology di gusto e creatività credo ne abbia ancora un tot (il disco si intitola IRM ed il singolo in cui duetta con Beck "Heaven Can Wait"). Dice che questa è la sua prima data in Italia, la piazza si è riempita ma per quanto sia una fantastica cornicie rimane comunque lontana dall'essere il contenitore più adatto per un live del genere. Io lo trovo piacevole, scuro, melanconico, dolce a volte di un nevrotico chic, con tutti i suonini vintage giusti, un pizzico di elettronica con i beat di Roland 808. Una ragnatela di incastri melodico percussivi, con lei che ogni tanto picchia su un timpano cercando di tirare fuori la sua vena post punk.

Faccio un giro, c'è chi in questa ragnatela ci si addormenta quasi e va a mangiarsi un gelato, il pubblico è molto meno fighetto di quello che un nome del genere avrebbe attirato nella mia Milano, una squadra di camicie gialle raccoglie delle offerte, più che per sostenere economicamente il Traffic per sottolineare che il Traffic dovrebbe rimanere un "free festival" cioè gratutito e la serata in Piazza Castello volge al termine. Lei firma autografi nel backstage, con una delle bimbe che gli gira attorno, tutti decomprimono bevendo le ultime Ceres del frigo e il formicaio degli organizzatori pensa già agli sbattimenti di domani.Un bel regalo di prestigio fatto alla bella Charlotte e alla città di Torino che sentira il Traffic un pelo meno decentrato.

Io passo a mangiare velocemente una cosa al Daiichi il ristorante del mio amico Tati, recupero il bagaglio e Glenda mi accompagna con Angelo, il responsabile dei driver, in hotel. Come un fan di quindici anni gli continuo a chiedere informazioni banali su gli Specials. "quando arrivano, quanto sono costati, ci son tutti?". Loro mi guardano e mi dicono: "chi quei rompicoglioni? Continuano a cambiare lo schedule dei voli di arrivo, atterrano uno ogni ora e la loro rooming list non coincide con i nomi dei voli, ci stanno tirando matti". Io quasi gli chiedo scusa, gli ripeto che mai avrei immaginato di vederli dal vivo e che insieme ai Clash sono stati per me bla…bla…bla…

Son stanco morto, mi sento un pelo in colpa ma salto il party del dopoconcerto, mi addormento guardando X-Files per la prima volta e con uno striscione granata a fianco con scritto sopra "ALE' TORO!!! Torino Club San Giorgio Canavese"


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Sono arrivato a Torino.

luglio 14, 2010 19.10 by Alioscia

C'è sempre una sorta di sottile confusione nella percezione di quello che si vive e si fa quando si lavora stando vicino alla musica e all'intrattenimento. Un lavoro da privilegiati? Forse. Una passione impegnativa vissuta attraverso una fruizione mai distaccata. Faccio musica, lavoro per un media che ha a che fare con la musica e arrivo a Torino per il Traffic per scrivere questo Blog. Dico alla mia famiglia allargata che non ci sono fino a Domenica perché sarò a Torino per il festival e mi guardano con quello sguardo che sembra dirmi:"si…si… beato te, bravo vai a lavorare, ma fammi il piacere".

Hanno ragione e ho intenzione di godermela sino in fondo sta situazione, sta città che per fede calcistica sento un po' mia.
Parto di corsa e in ritardo, dopo aver piantato un volo uscendo dalla doccia ed essere atterrato sul gomito e aver salvato un ferro da stiro modello Stirella in caduta libera allungando il piede manco fossi stato Iker Casillas.
Quando Cosimo Ammendolia è venuto a DeeJay per proporci la media partner con il Traffic e ha cominciato a raccontare il concept e il bill del festival io ho dovuto darmi una calmata per sembrare distaccato e professionale, appena ha finito la sua chiacchierata mi è scappato un: "dai facciamola sta media partner!!!". Certo lui raccontava che il periodo come tutti sappiamo non è dei più facili e che ormai bisogna confrontarsi con una gestione dei budget "intelligente", ma qui tutto il programma sembra avere un capo e una coda, è fatto da gente che lavora con la musica e che ha sempre spinto la musica cercando di alzare un minimo l'asticella verso l'alto, non sono tecnici e consulenti a mezzo servizio.

Certo io non faccio testo, mi porti gli Specials, che voglio vedere da quando avevo undici anni, mi apri una finestra bella grande su un movimento che mi ha coinvolto nell'adolescenza come quello dei club di provincia, dove si sperimentava un mix di afro ed elettronica e dove è nata la mia passione per la deejay culture e il gioco è fatto. Una cosa è certa che quindici anni fa da milanese non avrei mai pensato di venire a Torino, calcio a parte e mi riferisco al mio tifo per il Toro, a fare un fine settimana extra lungo in visita turisco-musicale.
Bella Torino, bravi tutti, ma come si è visto in settimana non è che qui la strada sia solo in discesa. Polemiche, ostruzionismo, cambi di location poi rientrati, casini con le amministrazioni e solite tarantelle con entità che non percepiscono nemmeno il valore aggiunto dell'investimento fatto da altri.

Stasera in Piazza Castello aprono i Nebbia e poi suona l'affascinante Charlotte Gainsbourg ed è quasi ora.
Poi andrò a dare un'occhio alla camera d'albergo, Glenda mi ha prenotato all'Hotel City una stanza decorata di granata completamente dedicata al Torino FC. Erano anni che provava a farmi questo regalo. Non so se riuscirò a praticare il classico autoerotismo da stanza d'hotel in tour davanti agli eroi di Superga…


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Sabato 11 luglio 2009: Venaria non ha paura, ci pensa la musica.

luglio 12, 2009 12.22 by Fabio Geda

No Fear, c’è scritto dietro la chitarra di Karl Hyde, quello che dei due Underworld che tra le altre cose canta e si dimena, di lustrini vestito. No Fear. E siamo tutti d’accordo. Nessuno ha avuto paura ieri sera. Venaria non aveva paura. Torino non aveva paura. Il pubblico – quanti? Non lo so. Non li ho contati. Ma se posso usare il mio sistema di misura preferito, quello che calcola l’energia fisica ed emotiva, direi cinque o sei milioni di persone – nemmeno il pubblico aveva paura. Perché una sera di grande musica può fare questa cosa: farti sentire invincibile, farti ritrovare la fiducia, in te stesso e negli altri. Ma ora chiudiamo l’intro: se no mi commuovo.

Traffic è finito. Ci sono un po’ di chicche che mi sono reso conto di aver perso, in queste cronache. Ad esempio, il pappagallo giallo che atterra sul palco il primo giorno e che viene sfamato a briciole e mangime dalla produzione per un paio d’ore, prima che voli via. O la serata China Surprise al Puddhu Bar, venerdì sera. Ma un festival come questo avrebbe bisogno di un libro per essere raccontato ed esplorato in ogni anfratto, e io ho lo spazio di un post.

La serata senza paura comincia con i Did, ottimo gruppo torinese che sconfigge la propria personale paura dell’esordio su un palco delle dimensioni di quello di Traffic e regalano un set di tutto rispetto. Appuntatevi questo, nome, e se vi capita cercateli in giro. Prosegue con Santigold che arriva con il suo gruppo, da Lipsia, quindici minuti prima di salire sul palco e la prima cosa che vedo portare nel loro camerino qual è? Un ferro e un’asse da stiro. Perché anche se deve salire sul palco davanti a migliaia di persone senza nemmeno uno straccio di soundcheck e con i tecnici che attaccano ancora i cavi mentre il gruppo comincia a suonare, vuoi mica che ci salga con il completo stropicciato. O no? Comunque: gran voce, coreografia motown con lustrini e coretti, e sorpresa finale con un gruppo di ragazzini scelti non so come tra la folla che vengono invitati a salire sul palco e ballare con lei.

Intanto cosa accade nel backstage? Arriva Giuliano Sangiorgi (Negramaro) in visita di cortesia, che si scatena in un balletto durante uno dei pezzi più infuocati di Santigold. I due Underworld più uno, signorili e tranquilli, seduti a un tavolino come in attesa dell’aperitivo, si giocano a carte la scaletta. A carte, esatto. Nel senso che hanno un mazzo di tessere plastificate e su ogni tessera c’è scritto il nome di una canzone, e a turno le prendono e le spostano e le mescolano, alla ricerca dell’alchimia giusta. Karl Hyde s’innamora del tricorno di Mixo, ma che in realtà non è di Mixo, e di Max Casacci, e allora parte tutta una trattativa per regalarglielo, che non ho ben capito poi com’è andata a finire.

Ma alla fine, quello che tutti aspettano, ciò che l’onda energetica della folla chiama, è il muro del suono di Born Slippy. Siamo tutti lì per quello, lo sappiamo. E dopo un’ora e mezza di carica, ecco la catarsi collettiva del drive boy dog boy dirty numb angel boy lager lager lager lager shouting lager lager lager lager shouting mega mega white thing mega mega white thing, e le cose bianche si materializzano davvero: degli enormi palloni (bianchi) che vengono lanciati sul pubblico e che il pubblico fa rimbalzare sulle proprie teste. La folla si trasforma in un possente gorgo magmatico che tutto assorbe e tutto rispedisce al mittente. Anche loro, gli Underworld, sono colpiti e commossi, e pompano pesante per soddisfare l’essere vivente che li osserva dal prato, quell’unica immensa cellula formata da migliaia di corpi.

Crookers e Bloody Beetroats impediscono alla fiamma di spegnersi con i loro dj set. Nel backstage, finalmente, ci si rilassa un po’. Si stappa qualche bottiglia e si festeggia la buona riuscita del Traffic versione 09. La Reggia di Venaria sorveglia con cipiglio austero quella banda di sciamannati che le si è riversata addosso, felice di essere stata scelta come sfondo per una serata di colori e suoni come quella. In giro si incontrano un sacco di facce sorridenti e sfinite. Alla Croce Verde mi dicono che hanno fatto solo interventi di routine. Bene.

Felice e sorridente pur'io, per aver condiviso con voi questa esperienza, mi ritiro in buon ordine. Chiudo le trasmissioni. E vi do appuntamento al prossimo anno.

See you later, alligators.


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Venerdì 10 luglio 2009: natura morta con frisbee e Sebach.

luglio 11, 2009 09.56 by Fabio Geda

Al termine di un pomeriggio animato, come i giorni precedenti, dall’arte di Traffic Art e dai film di Cave at the movies, parte la seconda serata di grande musica nella cornice imperdibile della Reggia di Venaria. Treni all’alba, Ladytron, Primal Scream. Ma nel post di oggi – penultimo post di queste cronache – vorrei dedicare l’attenzione non tanto agli artisti – ottimi – o ai retroscena – come sempre divertenti – ma ad alcune componenti essenziali di un grande Free Festival come Traffic, delle quali, mi sono reso conto, ho parlato colpevolmente poco.

First of all: il pubblico. Perché il pubblico, a guardarlo attentamente, è uno spettacolo nello spettacolo. Com’è il pubblico di Traffic? Intergenerazionale, anzitutto. Ieri sera, ai confini della realtà (musicale) sonorizzata dai Ladytron si aggirava una meravigliosa coppia di ottantenni mano nella mano, che, senza dare segno di essere affatto disturbata dai bassi elettronici del gruppo di Liverpool o dalle danze degli adolescenti, procedeva con ritmo asincrono, tanto da dare l’impressione di assistere a una versione chimica e tetrale di Fuori Orario di Ghezzi.

Bambini e cani, nel panorama immutabile del festival (li ricordo anche dagli anni precedenti). Bambini di pochi mesi che dormono in carrozzina mentre i Primal Scream si sfogano sul main stage, che davvero ti chiedi: ma come fanno a dormire? O anche: saranno ancora vivi? Qualcuno controlli che respirino, per favore. Bambini di quattro anni che danzano sulle spalle dei padri che a loro volta danzano al ritmo della musica che si scatena dal Tourbus della Red Bull durante il cambio palco. Bambini che corrono dietro ai cani (alcuni incrociati con dei Triceratopi, direi, a giudicare dalle dimensioni – i cani, non i bambini). E cani che si rincorrono tra loro nel prato, con i padroni intenti a fare amicizia, nel frattempo, sorseggiando una birra.

Del panorama umano del Traffic fanno parte anche i nostalgici. Quelli che vengono ad ascoltare gruppi storici come i Primal Scream con magliette stinte con su scritto Screamadelica Tour 1991 o cose del genere. Capi d’abbigliamento tenuti in stato di religiosa criogenizzazione in attesa di essere indossati in queste poche e importanti occasioni. E come non dedicare un saluto appassionato e commosso a "gli amici del gruppo". Non tanto agli amici dei Ladytron, che non so se hanno amici a Torino. Ma agli amici dei gruppi giovani, che come capita al Traffic aprono il rubinetto della musica prima delle grandi star. Gli amici del chitarrista o del cantante sono fondamentali per le prime ore del festival (e anche per l’autostima dei gruppi alla prima esperienza su un palco di questo tipo, diciamolo).

Poi ci sono i giochi da festival, nell’attesa dell’inizio del concerto. Il pallone, anzitutto. Ma anche il frisbee (presenza immancabile negli spazi verdi dei free festival) e addirittura – udite, udite – ce l’hai. Ebbene sì. Ieri sera, forse ispirati dalle melodie dei Treni all’Alba, un gruppo di ragazzini ha cominciato a inseguirsi giocando a ce l’hai. Per chi non lo sapesse: ce l'hai è un gioco tradizionale, noto con moltissimi altri nomi, inclusi acchiappino, acchiapparella, darsela e via dicendo. Si gioca all'aperto. Uno dei giocatori viene prescelto per "stare sotto". Il giocatore che sta sotto ha lo scopo di riuscire a toccare uno degli altri giocatori. Se ci riesce, il giocatore che ha toccato prenderà il suo posto. Quindi aggiornate i cataloghi, signori organizzatori, ce l’hai è ufficialmente un gioco da festival.

Ma parliamo di cose davvero importanti, ora. I cessi chimici. Cosa sarebbe Traffic, senza i cessi chimici? No, non ridete. Vi sarà capitato, almeno una volta, di cercare i cessi a causa di impellenti bisogni. Lo sapete quanto sono preziosi, vero? E allora, si levi un applauso al signor Sebach, il più grande fornitore di cessi chimici d’Italia (credo) che allevia le sofferenze gastrointestinali di migliaia di fans, di numerosi incontinenti e di semplici passanti.

Termino con un appunto sul megaschermo. A me, di solito, i megaschermi non piacciono, perché, a causa della deformazione televisiva del nostro cervello, andiamo meccanicamente a cercare l’immagine trasmessa attraverso uno schermo anche quando potremmo serenamente goderci l’esibizione live. Vi è mai capitato di guardare il megaschermo, di accorgervi che lo state guardando e di chiedervi stupefatti perché diamine avete gli occhi puntati sui pixel invece che sul palco? Be’, a me sì. Ma lo schermo del Traffic, ieri sera è servito a proiettare un video importante, che potete trovare qui. Il video si chiama Mafia Spa. Guardatelo con attenzione.

Stay Tuned!


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Giovedì 9 luglio 2009: l'amore ai tempi di Nick Cave.

luglio 10, 2009 10.55 by Fabio Geda

Get ready for love. Ha urlato Nick Cave prima di scendere dal palco. Non una domanda, un'affermazione. Get ready for love. Il terzo e l’ultimo dei tre bis concessi alla folla che lo ha atteso con pazienza e devozione, la folla che dal palco – ragazzi, era la prima volta che salivo su un palco durante l’esibizione di un colosso tipo Nick Cave: avete presente il colpo d’occhio, da lassù? Le decine di migliaia di teste (vedi solo quello: teste) scalpellate dalla luce dei fari, che sfumano verso il nulla, in fondo (verso le montagne nel nostro caso) – la folla, dicevo, che vista dal palco era talmente solida e compatta da pensare che avresti potuto camminare sulle loro mani tese e fare il giro del mondo. Eravamo pronti per l’amore, ieri sera? Sì. Per l’amore, per la musica, per inibire lo scioglimento dei ghiacci e persino per prendere la navetta per tornare in città. Eravamo pronti a tutto.

Partiamo dal Traffic senza Traffico. Prova fatta: funziona. Sono andato a Porta Susa (ci puoi arrivare in treno, in metro o con un altro pullman, che di lì ne passano almeno una decina), ho preso il 72 e dopo quarantacinque minuti (sì, non è proprio un viaggio rapido, ma se da piccolo volevi fare l’esploratore o l’antropologo, be’, dai finestrini del 72 puoi osservare un bel pezzo di periferia torinese – tipo il vecchio Stadio Delle Alpi nuclearizzato – e un bel pezzo di umanità, periferica e non), dopo tre quarti d’ora, quindi, sono arrivato in via Nazario Sauro, a Venaria. Sceso, cinque minuti a piedi e si sbatte contro i cancelli dell’area Traffic, davanti alla Reggia. Purtroppo era presto (ho preso il 72 intorno alle cinque p.m.) e non c’era quasi nessuno, oltre me, che si stava recando al festival. Solo un educatore con la maglietta di Nick Cave che accompagnava un paio di utenti di un qualche servizio psichiatrico – inciso: a un certo punto della serata ho notato lo stesso educatore, in mezzo alla folla, saltare e correre come un forsennato. Al che mi sono chiesto che fine avessero fatto gli utenti. Ma è meglio non approfondire.

Un vecchio adagio dice che le forze dell’ordine ci sono solo quando non ti servono (o quando fai qualcosa che non va) e che invece quando ti servono, non ci sono mai. Nulla contro le forze dell’ordine, sia ben inteso. Ma non è colpa mia se poi i fatti testimoniano la sacrosanta verità della saggezza popolare. Le porte del Traffic dovevano aprirsi alle 18, per dare modo alle band giovani del B-Traffic di esibirsi sul tetto del Tourbus della Red Bull. Ma alle 18 mancano i Carabinieri, e senza Carabinieri non si apre. Fiduciosi nel fatto che non siano andati tutti all’Aquila dai grandi della Terra e che qualcuno sia pure rimasto a Venaria, attendiamo. Nulla. Alle 19 gente fuori davanti ai cancelli. I giovincelli del B-Traffic che fanno l’ennesimo soundcheck. 327.456 panini alla porchetta già confezionati dai gestori delle rosticcerie su ruote. Un avvoltoio nel cielo. Insomma, la faccio breve. I Carabinieri arrivano alle 19.30 e finalmente alle 19.45 (un quarto d’ora prima che, da programma, inizi il concerto sul main stage) si aprono i cancelli. I primi cento corrono per accaparrarsi un posto davanti alle transenne. Quelli dietro rallentano il flusso a mano a mano che entrano. E c’è qualcuno che, per portarsi avanti col lavoro, si ferma dal porchettaro per la cena.

La poetica stralunata dei bohemien di San SalvarioDeian, Vittorio Cane, eccetera – apre il festival. Stanno aprendo il concerto di Nick Cave. Sono spersi? Imbarazzati? No, affatto. Loro se la godono e la gente, crauti tra i denti, si diverte. Il sole tramonta sull’esordio. Mixo, vestito da cowboy firmato Prada, fa gli onori di casa. St. Vincent è un pezzo di donnina con un’energia da paura. Mi aggiro tra la folla per tastare il polso all’entusiasmo e di tanto in tanto m’introduco nel backstage per vedere se appare il baffo di Nick Cave. Ma del baffo di Nick Cave nemmeno l’ombra: per due motivi. Il primo è che i baffi non li ha più (cosa della quale mi accorgo, con possente capacità d’osservazione, non appena scende dalla macchina bianca che lo accompagna praticamente sul palco). Il secondo è che emerge dai camerini cinque-minuti-cinque prima di andare in scena, attraversa il grappolo di organizzatori e tecnici senza dire né crepa né sciopa e si rifugia tra un paio di prefabbricati. A fare che? Qualche rito scaramantico prima della performance? Un ripasso rapido della scaletta? Ultimi suggerimenti alla band? Una damigiana di Jack Daniel’s a cui attingere a garganella? Spio. No, nulla di tutto questo. Uno dei due batteristi estrae con rapidità da pistolero una bomboletta di Autan e se lo spruzzano addosso, a turno, nel seguente modo: quello che tiene in mano la bomboletta nebulizza nell’aria una nuvola tossica di anti-zanzare mentre il predestinato alla contaminazione inscena una sorta di danza della pioggia all’interno della nuvola tossica. Let’s Rock!

Il palco è un esoscheletro di metallo, coperto di plastica trasparente. Sul palco esistono regole ferree. Tutti si muovono con gesti perfetti e calcolati. È un incastro millimetrico di competenze, quello che anima i tecnici del palco. Ad esempio, c’è quello che ha il compito di raccogliere tutto ciò che la band getta in aria durante l’esibizione. Nick Cave, nei primi trenta secondi, scaraventa via un paio di aste e almeno tre microfoni, che gli imperturbabili omini del palco raccolgono e ricompongono senza fiatare. Bel mestiere fare l’omino del palco.

Quando tutto finisce mi lascio trasportare dalla folla alla ricerca della navetta. La trovo. Ci salgo. Mi stringo a un gruppo di ragazzi francesi giunti appositamente per il Traffic. Intonano una canzone dei Louise Attaque – gruppo folk rock parigino che m’aggrada assai – e penso che è davvero una bella cosa finire così la serata. Ai Murazzi, con le banlieue in testa. M’aggiro un po’ dalle parti di Giancarlo (dove suona il folle Castellano) e del Puddhu. Poi, vinto dal sonno e dall’esigenza di cominciare a buttare giù queste righe, mi avvio verso casa. Get ready for love.


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Mercoledì 8 luglio 2009: la musica si tinge di rosso.

luglio 9, 2009 09.47 by Fabio Geda

Data astrale zero otto, zero sette, zero nove. Il diario di bordo del capitano segnala che l’astronave Traffic ha inserito il pilota automatico. Per il terzo pomeriggio consecutivo le gallerie del centro ospitano le mostre organizzate per Traffic Reloaded (Art), e la gente ci passa di passaggio o ci passa apposta, ma comunque ci passa. Mentre al Cinema Massimo appare in anteprima Nick Cave, ma solo in voce, grazie alla colonna sonora dell’Assassinio di Jesse James. Il festival pulsa, diffonde il battito ed entra nel vivo (e nel morto, vista la sanguinolenta programmazione serale). Scambiando qualche battuta su Facebook, di pomeriggio, leggo che un sacco di gente, la sera, ha intenzione di andare in piazza Cln a vedere Profondo Rosso sonorizzato live da Claudio Simonetti e i Demonia, e ad accogliere la prima vera rockstar del Festival, l’uomo che ha dato i natali ad Asia Argento

Per timore di essere sepolto dalla folla raggiungo l’anticamera di piazza San Carlo con un’oretta di anticipo, così da sedermi su un gradino del marciapiede tra via Roma e via Frola, davanti all’Hotel Nazionale, ma nulla: un discreto numero di fans sabaudi del maestro del brivido si sono già accampati per terra, agganciati alle transenne, e hanno diligentemente occupato tutta la corona del marciapiede sia da un lato della strada che dall’altro. Mi tocca stare in piedi, penso. Ma, all’inizio, in piedi ci stanno tutti. L’arrivo di Dario Argento sembra quello di Barack Obama al G8: saluta la folla a mano ferma, dice che essere lì, nella piazza dove Profondo Rosso è stato girato 34 anni fa lo emoziona molto e tenta persino di lanciarsi sulla folla, dice “Ora scavalco le transenne e mi seggo tra voi”. Qualcuno scappa per paura che lo faccia davvero, perché, diciamolo, è sì un maestro del cinema, ma un maestro piuttosto inquietante.

Inizia la magia. Le due statue del Po e della Dora, stupefatte da quell'assembramento. Titoli di testa. Claudio Simonetti – che io ricordavo con i capelli scuri e vestito in total black, e che invece sale sul palco con una fluente messa in piega bionda, in stile Elton John, e una maglietta rossa –pesta sugli strumenti, insieme ai Demonia. È impressionante assistere alla scena in cui Marc Daly, pianista arrivato a Roma – Roma, tz! – per insegnare jazz, vede l’assassino uccidere la psicologa Helga Hulmann. La gente vede Marc Daly sullo schermo passeggiare per piazza Cln. Uno accanto a me dice: “Ecco guarda, adesso è dove sono io”. Un ectoplasma si aggira per la piazza e la gente lo segue con gli occhi. Roba da brivido, giuro. Ai lati di piazza Cln la gente resta in piedi, mentre in via Roma si siede per terra, occupa tutto lo spazio fin quasi in via Buozzi, dove c’è la postazione della Croce Rossa. Da vicino e di sbieco lo schermo è così così: l’immagine un po’ pixellata. Ma da via Roma è perfetta.

Resto un’oretta, poi mi dirigo a piedi al Fluido, al Valentino, dove è previsto un Profondo Rosso Party con Andrea Frola a farci ballare di paura. Serata atmosfericamente perfetta pure questa. Luna piena licantropa, temperatura giusta. Sono svicolato da un minuto in via Lagrange quando mi chiamano dalla piazza, dicono: “Hai visto cosa capita?” Dico: “No. Sono appena andato via.” Dicono: “Incredibile. Qui la gente applaude e fa il tifo per il film come fosse allo stadio. Batte le mani e urla. La pellicola s’è impadronita della folla.” È la pellicola giusta da cui farsi impadronire, penso. Sono pentito di essere andato via prima, ma a quel punto raggiungo il Fluido, che ho anche voglia di una birra. Al Fluido stanno proiettando un documentario sulla realizzazione di Profondo Rosso. Un tizio che non so chi sia torna sui luoghi dove il film è stato girato – moltissima Torino, come ben si sa – e indaga i pionieristici effetti speciali. Birra, stuoia, prato.

Quando, alla fine, arriva al Fluido la folla di piazza Cln, la serata prende forma, e la chicca – ovvia, a pensarci, ma inattesa, per me, in quel momento – è un medley colonna sonora dei Goblin Vs Thriller di Michael Jackson, così anche l’omaggio è servito.


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